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Giornalisti si nasce?

1 – Giornalisti si nasce o si diventa? Oggi tutti scrivono di tutto: secondo lei, per esercitare la professione di giornalista è necessaria una preparazione specifica, così come credeva Pulitzer agli inizi del ‘900, oppure sono sufficienti estro, ingegno, spregiudicatezza e… fantasia?

Sicuramente giornalisti si nasce, nel senso che il talento è naturale. Con il tempo si può affinare la tecnica, ma il cosidetto “sacro furore” è dentro, insieme ad altre doti indispensabili, come per esempio l’intuito. Imparata la tecnica, bisogna comunque studiare il settore che si intende seguire. Per spiegare agli altri un argomento bisogna necessariamente conoscerlo meglio degli altri. L’estro serve ad abbellire la cornice, ma il quadro deve avere sostanza e credibilità.

2 – Il desk ha snaturato la professione trasformando i “cercatori di notizie” in “impiegati al computer”. I giornalisti passano giornate intere davanti a un monitor per rielaborare comunicati e notizie di agenzia. Ciò dipende solo dall’informatizzazione del lavoro o mancano la curiosità e la voglia di andar a scoprire di persona cosa è successo? I nuovi giornalisti saranno solo “maestri” del “copia e incolla”?

Probabilmente la colpa non è dei giovani giornalisti, ma degli editori che con l’alibi economico tagliano furiosamente le trasferte. La realtà è che si va verso un’informazione omologata ed è un’operazione facile se le fonti sono poche. L’unica maniera per salvarsi è comunque la curiosità. La massa di informazioni adesso è incredibilmente alta e anche nel “copia e incolla” possono esserci differenze, se si fa una ricerca più approfondita, che va al di là del comunicato.

3 – E’ vero che il giornalismo d’inchiesta è in via d’estinzione? Secondo lei perché?

Il motivo ufficiale è sempre quello economico. Le inchieste, oltre che scomode, sicuramente costano. Ci vogliono molti giorni di studio e di lavoro. Con le redazioni ridotte all’osso è sempre più difficile distaccare qualcuno su un’inchiesta, distogliendolo dall’impegno quotidiano.

4 – La crisi economica ha creato problemi seri anche ai giornali che hanno perso copie e introiti pubblicitari. Alcuni, forse per recuperare lettori, hanno scelto la strada del gossip; altri hanno nettamente marcato le proprie idee politiche sconfinando addirittura nella militanza. Secondo lei queste nuove strade possono favorire il recupero del consenso o portano invece a un ulteriore abbassamento del livello professionale con conseguente perdita di credibilità dei giornali e dei giornalisti?

E’ cambiato totalmente il mondo del giornalismo, anche per motivi tecnologici. I giornali cercano di recuperare consenso e anche pubblicità nei siti web. Gli strumenti si sono moltiplicati e bisogna adeguarsi. L’abbassamento del livello professionale è legato alla crisi di cui si diceva prima. Certamente non può essere accattivante né soprattutto credibile un giornale fatto di “copia e incolla” senza reportage esclusivi o testimonianze dirette.

5 – Internet ha cambiato e sta cambiando il modo di fare informazione e il suo ruolo sociale. Secondo Ross Dawson, guru australiano dei media, imprenditore e autore di numerosi libri sulla comunicazione, in Italia il giornale di carta andrà in pensione nel 2027. Al suo posto smartphone, tablet, e-reader e quant’altro. Secondo lei il glorioso quotidiano cartaceo ha ancora un futuro? E come dovrà cambiare per sopravvivere?

Si diceva anche dopo l’avvento della televisione. Certamente va tutto ridistribuito. Nel senso che in un mondo multimediale c’è naturalmente chi ormai rifiuta l’edizione cartacea. Ma sopravviveranno tutti gli strumenti e ognuno sceglierà quello che preferisce. Credo molto, ad esempio, nell’informazione locale. I quotidiani dovranno offrire inoltre molte più cose da leggere. Non le news, insomma, ma gli approfondimenti. Del resto, hanno una loro vita importante ancora i libri, perché non dovrebbero averla i giornali?

Noemi B. (Università di Urbino)

Vita da reporter

  1. Come ci si prepara, fisicamente e psicologicamente, alle missioni?l’organizzazione, i contatti…

Psicologicamente si è sempre pronti, l’adrenalina è dentro, pronta a scattare quando capita un evento. Il resto dipende dalla situazione. Intanto bisogna vedere se c’è il tempo di prendere contatti, se la partenza è rapida l’unico impegno è di raggiungere il posto nel più breve tempo possibile. Se è un posto nuovo, bisogna trovare i contatti appena arrivati, se naturalmente è un posto conosciuto, è più facile: si riallacciano prima di partire.

  1. La redazione decide di inviare un giornalista nel teatro delle operazioni. Il giornalista diventa reporter di guerra… cosa accade nell’uomo?quali pensieri e riflessioni, quali paure…

Fare l’inviato è un mestiere che si acquisisce con il tempo, sul campo. In guerra non va quasi mai un novellino, ma i reporter  più esperti. Quindi non si diventa reporter di guerra, lo si è già. Nessuna paura e tutto sommato nessuna riflessione particolare, solo l’impegno di arrivare e di studiare il teatro che dovrai raggiungere.

  1. Quanto è difficile raccontare ciò che accade?

E’ sempre più difficile, perché le manipolazioni sono ormai pesanti, non sempre si riesce a capire cosa realmente succede, addirittura stando sul posto perché ogni fonte offre la propria verità. C’è un solo sistema, quando è possibile: essere testimoni diretti.

  1. Razionalizzare un evento che fa parte dell’estremo del lato umano può servire a spiegare meglio l’uomo?e come?

Un cronista non pensa che a raccontare, cioè al suo compito. Non fa analisi, ma elenca fatti. Ovviamente, se le corrispondenze sono fatte in piena coscienza, spiega anche l’uomo perché la storia è sempre fatta di persone.

  1. La solitudine al fronte, di cui lei parla nel suo libro, come la si combatte, la si può vincere?

Un pizzico di solitudine non arriva quando stai al fronte, ma quando torni in albergo, ti fermi. E pensi  ai cari che hai lasciato lontano, a una vita disordinata, a tutto quello che ti manca. Naturalmente si vince, anche perché in genere si è molto stanchi e ci si rifugia nel sonno.

  1. Cosa diventa la morte e il pensiero di morire se la si incontra ogni giorno, più volte al giorno?

Non ci si pensa mai alla morte, altrimenti non andresti. Nessuno di noi è un eroe né ha la vocazione di diventarlo. Si va al fronte, come in qualsiasi altra parte, a raccontare. Non metti in conto insomma di morire. La morte che incontri intorno a te ti aiuta a esaltare la vita, a scegliere i reali valori.

  1. Ha mai pensato di mandare a quel paese tutto e tutti e tornare a casa?

Sì, spesso. Quando vedi la morte in faccia, e ti salvi per un pelo, pensi di non tornare più in certe zone. Ma sono pensieri di pochi attimi. Passata la paura, ricominci da capo, come sempre.

  1. Quanto pesano nel tempo i ricordi e i sacrifici delle missioni?

I ricordi sono la ricchezza, i sacrifici si dimenticano presto e poi si raccontano: tutto fa parte del nostro patrimonio personale. Ben pochi mestieri possono regalarti così tante ricchezze.

  1. Nelle zone di guerra quali sono i pensieri che la spingono ad andare avanti, a resistere?

Ce n’è solo uno, fondamentale: essere testimone diretto della storia. Lo considero un grandissimo privilegio. Raccontare il mondo che cambia.

  1. Quale è stata la missione che più delle altre l’ha messa a dura prova, quella che ricorda come la più difficile?

Tutte sono difficili, veramente. Dalla prima guerra del Golfo, quaranta giorni in Kuwait senza mangiare, ai primi periodi afghani, o anche nei Balcani, per non dire dello tsunami. E’ sempre molto dura, proprio sul piano fisico. Anche in Libia facevamo ottocento chilometri al giorno, da Bengasi a Ras Lanuf, mica uno scherzo. Infatti spesso ricordo più i disagi che le paure.

  1. Si è mai trovato nella posizione di non poter dire tutto, di dover autocensurarsi? può descrivere la circostanza?

Non proprio autocensura. Certo, se trasmetti da Teheran magari cerchi di esser cauto, almeno finchè stai lì. Ma in genere sono sempre riuscito a raccontare quello che ho visto.

  1. Come regola i rapporti col resto del mondo in missione (famiglia, amici, colleghi)?

Quando si sta in missione, non esiste altro. La testa sta lì. L’anima resta attaccata alla famiglia che deve essere molto paziente, la famiglia di un inviato è la prima vittima di un mestiere esaltante ma scomodo. Gli amici, quelli veri, aspettano che torni.

  1. Quale è stata quella che ha le lasciato nella mente i ricordi più tragici?

Sicuramente l’Iraq 2004. Sono andato a Najaf con Enzo Baldoni: io sono tornato, lui no. E’ drammatico non rivedere un amico. A livello generale, mi è rimasto dentro anche il primo viaggio a Chernobyl.

  1. Chi è secondo lei il primo reporter di guerra moderno?se c’è, con chi sente d’avere qualcosa in comune?

Ma non esiste una classifica. Ci sono quelli bravi e quelli finti. I miei riferimenti sono al passato, a maestri come Kapuscinski o, fra i viventi, Ettore Mo. Sicuramente mi sento vicino a loro.

  1. Quale è il futuro del reporter di guerra?

Intanto, non mi piace l’etichetta. Un reporter è il tramite fra un evento e la gente a casa, purtroppo per il mondo ci sono sempre guerre da  raccontare. Il mestiere dell’inviato è destinato a finire. Con l’alibi economico, gli editori mandano sempre meno i giornalisti fuori. E’ un peccato, i testimoni sono la forza della democrazia.

  1. Le sue idee  e le sue opinioni sui warblogs.

Mah. Sono pochi quelli seri e documentati. Moltissimi appartengono a uno schieramento e non mi piacciono. Con gli strumenti di oggi è troppo facile distorcere, addirittura manipolare la verità. Io sono per i blog personali: ognuno deve raccontare la propria esperienza.

  1. Che consiglio darebbe a chi si incammina sulla strada del giornalismo se questa strada dovesse portarlo verso il ruolo di reporter di guerra?

Il consiglio è di crederci sul serio, ben cosciente non solo dei rischi – come dicevo – ma soprattutto dei disagi, della fatica. E’ talmente dura che si riesce a superare soltanto con un’autentica passione. Altrimenti resti un mediocre che resta chiuso in albergo e mette insieme le agenzie, invece di raccontare.

  1. Cosa ne pensa della guerra lei che la conosce così bene?

Io sono assolutamente contro la guerra proprio perché ne ho viste tante e da vicino. Non ci sono buoni e cattivi, le guerre sono tutte sporche.  Le guerre non le fanno mai i popoli e neppure i soldati, ma chi governa. Spesso sono mascherate da intenti nobili, ma nascono invece tutte da interessi.

  1. Cosa  si prova, i primi pensieri, quando un reporter, compagno o meno, perde la vita sul campo?

Ogni volta che muore un reporter scrivo un pezzo sul blog che ho dedicato proprio a questa professione. E comincio sempre così: “quando muore uno di noi”. Uno di noi, non importa se lo conosci o no, di che nazionalità è, che mestiere fa, il fotografo o il fonico, è uno di noi. Molti me li sono visti morire vicino, altri erano amici. Ma ogni volta è un grande dolore. Perché sai che se è toccata a loro e non a te è solo destino. Ogni anno, muoiono sul campo circa cento reporter. Una strage. E la gente normale neppure lo sa.

 TESI DI FRANCESCO C.

La nuova frontiera

Cosa vuol dire essere corrispondente di guerra oggi ?

Vuol dire rischiare seriamente la vita senza grandi risultati. E’ diventato ormai pressocchè impossibile vivere la realtà di un Paese in guerra. E senza girare, sentire la gente, testimoniare di persona gli eventi diventa quasi inutile recarsi in luoghi ad alto rischio. Il problema è che la situazione peggiora, invece di migliorare. All’inizio delle guerre tuttora in corso, Afghanistan e Iraq, era possibile girare e raccontare la situazione, ormai equivale quasi a un suicidio.

Perchè scegliere di scrivere un blog?

Le mie motivazioni sono principalmente due. Una di ordine squisitamente personale perché mi ha permesso di esorcizzare i momenti difficili in trasferte pesanti e pericolose: l’ho sempre chiamato lo “spazio dell’anima” come corollario all’impegno informativo da sviluppare naturalmente nel telegiornale. L’altra motivazione è più professionale, perché mi permette di interloquire con chi sta dall’altra parte dello scherzo, una condizione che ritengo molto utile per entrambe le parti.

Il futuro del corrispondente di guerra è legato alla rete?

Il racconto delle guerre forse sì, ma credo siano pochissimi quelli che possono permettersi di andare in giro per conto della Rete specie in posti dove la sicurezza minima può essere garantita solo da una struttura alle spalle che naturalmente costa molto.

Sul fenomeno degli inviati embedded esistono opinioni contrastanti. Alcuni sottolineano la difficoltà per il reporter di mantenere una corretta equidistanza e serenità di giudizio, altri lamentano l’ostracismo dei militari verso i giornalisti, altri ancora considerano invece questa pratica come la più idonea per una rappresentazione fedele della realtà. Lei che cosa pensa di questa nuova frontiera del giornalismo?

Non ho dubbi. Non è giornalismo. Perché non c’è libertà di espressione né di movimento. Da embedded non puoi scegliere di andare dove vuoi, ma sei costretto ad accettare le decisioni dei militari. Senza contare tutte le altre restrizioni. Anche in assoluta buonafede il resoconto sarà sempre parziale, condizionato. Faccio un esempio: da giornalista autonomo posso anche intervistare un capo talebano. Da embedded la sola ipotesi è pazzesca. Dunque, quale realtà?

I governi del mondo cominciano a capire l’importanza della rete nel creare l’opinione pubblica, la rete sarà vittima della censura?

Per ora no, anzi i governi del mondo, specie dove c’è minore democrazia per non dire dove c’è un regime, soffrono di questa libertà informatica dove tutti possono pubblicare tutto senza filtri. Ma proprio per questi motivi si cercherà di arginare questa nuova ondata di informazioni libere. I governi democratici con sistemi leciti, diciamo tecnici, i governi dittatoriali con sistemi più repressivi. Basti pensare che in Cina sono ottanta i bloggers in prigione.

Monica Lanzi