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L’industria dei rapimenti

di Valter Vecellio
In un libro del giornalista Pino Scaccia (che da anni segue il fenomeno dei sequestri di persona) si ripercorrono le vicende di tutte le persone vittime, in Italia, di questo odioso crimine. In una ipotetica classifica del crimine più ripugnante, assieme allo stupro e alla violenza ai minori, c’è sicuramente il sequestro di persona. Un delitto che, a giudicare dalle cifre fornite dal recente rapporto sulla sicurezza elaborato dal Ministero dell’Interno, sembra in flessione; forse perché altre attività criminali risultano più remunerative e meno impegnative: tenere “custodita” una persona per settimane e mesi; vivere braccati in zone impervie dell’Aspromonte, della Barbagia o nelle macchie inaccessibili di certe zone della Toscana; riciclare il denaro ricavato dal sequestro; tutto questo e altro, richiede complicità ramificate e non improvvisabili. Un qualcosa, insomma, piuttosto complesso. Non a caso il tradizionale rapimento è stato sostituito da sequestri di persona lampo, si tiene in ostaggio un ragazzino o un’intera famiglia fino a quando il capofamiglia non torna con il riscatto richiesto; e poi ci si dilegua. La criminalità organizzata, certamente per una maggiore pressione delle forze dell’ordine, e anche perché infastidita, forse, dal clamore che inevitabilmente ogni sequestro provoca, sembra aver dirottato le sue attenzioni agli appalti, al traffico di extracomunitari, l’immancabile droga, al commercio di armi: maggiori guadagni, minor fatica.

Un crimine odioso, antico quanto l’uomo. “È un forte choc. È come trovarsi di fronte alla propria morte”, ha raccontato un ex sequestrato. E un sequestratore in vena di confidenze: “Il sequestro è nato con il furto delle pecore. Anzi, è più sicuro, perché l’uomo non bela”. Anche Giulio Cesare, per dire, venne rapito e tenuto prigioniero dai pirati. Dovette pagare un lauto riscatto per la sua liberazione; ottenutala, diede una caccia irriducibile ai suoi sequestratori, e non fu soddisfatto fino a quando non li vide crocefissi tutti. Per venire a tempi più vicini a noi, fecero scalpore negli Stati Uniti il rapimento del piccolo Charles Jr. Lindberg di appena dieci mesi, figlio del celebre trasvolatore; di Eric Peugeot, in Francia. Ma è soprattutto in Italia che il sequestro di persona è diventato una specie di industria. È quello di un nobile sardo, il cavaliere Antonio Meloni Gaja di Mamoiada, vicino a Nuoro, il primo rapimento di cui si riferisce su un giornale: ne parla “Il Giornale di Sardegna”, è il maggio del 1875; da allora, e fino al 1968, altri 216 sequestri; nei trent’anni successivi, una drammatica impennata: altri 694, per un totale di 910 sequestri di persona. Dei 694 sequestrati, ben 82 sono morti; tra quelli più lunghi, quello di Carlo Celadon, durato ben 831 giorni; seguito da quello di Pupo Troffa (743 giorni), Cesare Casella (742 giorni), Claudio Fiorentino (671 giorni), Nicolò De Nora (524); una sessantina le donne rapite (cinque le uccise); una trentina i bambini, il più piccolo Francesco F. Misti, di soli sette mesi, rapito nel gennaio 1975, e rilasciato dopo due giorni; tre i bambini uccisi, il sequestro più lungo quello di Giovanni Furci, nove anni, rapito nel 1979, tenuto prigioniero per sette mesi; per la sua liberazione è stato pagato un miliardo.
Ricavo questi dati, ma moltissimi altri ne potrei citare dall’interessante libro “Sequestro di persona”, di Pino Scaccia (Editori Riuniti, pagg.238, lire 20mila). Scaccia, inviato del Tg1, da anni segue il fenomeno dei sequestri di persona, in Calabria, Sardegna, Toscana. È stato testimone di una quantità di storie e vicende tristi e penose; il sequestro, per esempio, del piccolo Farouk Kassam: rapito nel gennaio del 1992 e liberato sei mesi dopo; è stato proprio Pino a dare per primo la notizia del suo rilascio, dopo che era stato pagato un riscatto di cinque miliardi in parte, si sospetta, pagato con i fondi neri del Sisde, il servizio di sicurezza civile; o quello di Casella; e anche la tragica, e ancora per tanti versi oscura, vicenda di Luigi Lombardini: il magistrato cagliaritano che si è ucciso l’11 agosto del 1998, durante una pausa del lungo interrogatorio da parte dei magistrati palermitani guidati dall’allora capo della Procura Gian Carlo Caselli. Lombardini: quel magistrato, un pò sceriffo, che da sempre si era interessato ai sequestri di persona, che ad un certo punto viene estromesso dalle indagini; e che tuttavia continua a occuparsene, “privatamente”, ed è a capo di una “rete” composta da una sessantina di persone: investigatori, ex rapiti, sacerdoti, imprenditori, professionisti; e anche banditi o ex banditi alcuni molto noti: “Il fulcro, cioè gli elementi organici, secondo le rivelazioni di chi faceva parte di questa struttura parallela non prendevano soldi. Venivano invece pagati latitanti e fiancheggiatori. Certamente un’organizzazione che costava: una decina di miliardi l’anno, secondo gli inquirenti siciliani” (pag.39). Una struttura che agiva probabilmente a fin di bene; ma tutti noi sappiamo non esser vero che il fine giustifica i mezzi, piuttosto i mezzi qualificano il fine; peraltro di ottime intenzioni, dicono, sono lastricate le strade dell’inferno. I fondi per finanziare la “rete”, racconta Scaccia, “arrivavano attraverso le pieghe delle mediazioni. Nel caso di Miria Furlanetto, ad esempio, c’è una differenza (è stato accertato), di 150 milioni fra la cifra versata dalla famiglia e il riscatto arrivato ai banditi. Ma soprattutto c’era un gruppo di imprenditori disposti a pagare pur di evitare il sequestro”. (pag.39).
La teoria di Scaccia è che vi sia “uno strano, pesante filo che unisce tutte le disgraziate storie dei sequestri… Per il rapimento della Melis è stata arrestata una donna, secondo l’accusa è lei, Grazia Marine, la carceriera di Silvia. Sessant’anni, di Orgosolo, tre volte vedova, un fratello condannato per sequestro, il figlio per omicidio… Anche Farouk Kassam fu custodito da una donna. Anche lei vedova. Anche lei sicuramente di Orgosolo. È come continuare a rincorrersi. Trovando spesso gli stessi protagonisti. E ogni volta a riscrivere una storia che sembrava già chiusa. Finirà mai, davvero, questa storia infinita?”.
“La Nuova Sardegna” pubblica un’intervista a un misterioso interlocutore che il giornalista garantisce essere un agente del Sisde: “La legge sul blocco dei beni non è mai stata violata, ma solo aggirata e sempre dietro autorizzazione di uomini di governo… Dell’organizzazione, che costava una decina di miliardi l’anno, hanno fatto parte magistrati, esperti di sequestri, ufficiali dell’esercito, dei carabinieri e della polizia… I fondi arrivavano dallo Stato, da persone che avevano paura di essere sequestrate, da operatori turistici che per motivi economici volevano ridurre al minimo i rapimenti… Esiste un dossier che documenta tutta la nostra storia: chi siamo, chi ci ha creato, chi ci ha protetto e fatto crescere. Prima o poi verrà fuori. E ci saranno scintille. Non sarà un bel giorno, quello, per nessuno”.
Chissà. A questo mister X, Scaccia qualche credito sembra darlo. Noi ci limitiamo a registrare il fatto. Non abbiamo elementi per dire se davvero esiste questo dossier; ma se c’è, preferiremmo di gran lunga che venisse reso noto, e nonostante i promessi effetti deflagranti: comunque preferibili al ricatto che inevitabilmente esercita fin che resta custodito chissà dove. Polizia e Democrazia febbraio 2002

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Il caso Scajola a Cipro

Biagi. Il caso nel caso: una lettera di Scaccia al direttore Mimum smonta le polemiche sul Tg1

“E’ vero che le gravissime dichiarazioni del ministro Scajola sono state raccolte anche da un inviato del Tg1” che, peraltro, non ne ha dato notizia? L’interrrogativo di Paolo Gentiloni (Margherita) e Antonello Falomi (Ds) in commissione di Vigilanza, fatto proprio in sede aziendale dal membro del Cda Carmine Donzelli sembrava aprire un caso nel caso. Ma in serata, dall’inviato del Tg1 Pino Scaccia giunge la precisazione: ero a Cipro, ma non ho sentito il ministro Scajola esprimersi su Biagi con le frasi che hanno scatenato la bufera politica.

Roma, 01-07-2002

“E’ vero che le gravissime dichiarazioni del ministro Scajola sono state raccolte anche da un inviato del Tg1″ che, peraltro, non ne ha dato notizia? L’interrrogativo di Paolo Gentiloni (Margherita) e Antonello Falomi (Ds) in commissione di Vigilanza, fatto proprio in sede aziendale dal membro del Cda Carmine Donzelli sembrava aprire un caso nel caso. Ma in serata, dall’inviato del Tg1 Pino Scaccia giunge la precisazione: ero a Cipro, ma non ho sentito il ministro Scajola esprimersi su Biagi con le frasi che hanno scatenato la bufera politica.
Sospetti
“Sarebbe preoccupante – sostengono Gentiloni e Falomi – se dietro alla mancata divulgazione della notizia da parte del Tg1 ci fosse una particolare idea del diritto di cronaca e dei suoi ‘limiti’ nella televisione pubblica”. Identica nei contenuti la richiesta di chiarimenti del consigliere d’amministrazione della Rai Carmine Donzelli: “Le esternazioni ‘off records’ da Cipro del ministro Scajola – chiede Donzelli – sono state raccolte solo da due giornalisti o le ha ascoltate anche un terzo giornalista inviato del Tg1 della Rai, che ha omesso di dare una simile notizia? Di fronte alle voci che si sono succedute in proposito durante la giornata – aggiunge il consigliere – ero stato tranquillizzato da un rassicurante comunicato dell’ufficio stampa Rai in cui si diceva che l’inviato del Tg1 non era presente alla conversazione tra il ministro Scajola e i giornalisti del Corriere dela Sera e del Sole 24 Ore, quando il Ministro ha parlato della vicenda di Marco Biagi…”.
Poi però lo stesso Donzelli racconta di essere ”passato dalla tranquillità alla più forte inquietudine” quando ha saputo di quanto scritto dal giornalista del Tg1 in un suo intervento su una rubrica di un sito internet (Clarence, ndr) in cui ricostruendo la vicenda lascia intendere di essere stato presente quando è stata pronunciata la frase ‘incriminata’”. “Dunque – dice Donzelli – sembrerebbe che il giornalista fosse presente eccome. E in piu’ parrebbe aver sentito benissimo, al punto da riportare un virgolettato con aggiunte, come ‘testuale’. Per conseguenza si sarebbe portati a credere che il Tg1 abbia omesso una notizia importante e l’omissione è tanto più grave in quanto reiterata dopo l’infuriare delle polemiche. Mi aspetto dall’ufficio stampa della Rai – conclude Donzelli – un chiarimento, e nel caso una smentita della smentita”.

Dura anche la nota del segretario dell’UsigRai Roberto Natale: “La vicenda Scajola-Tg1 si presta a qualche considerazione sul clima che in Rai respira chi fa informazione. Se il rischio dal quale guardarsi, come va ripetendo il presidente Baldassarre, e’ quello dell’informazione ‘aggressiva’, non c’è da stupirsi se notizie ‘delicate’ possano essere trattate in modo non particolarmente incalzante. L’indicazione che viene dal vertice è di fatto quella di scansare i problemi, per evitare ogni possibile accusa di aggressivita”.

Chiarimento

A questo punto Pino Scaccia, inviato di punta del Tg1, in una lettera inviata al suo direttore Clemente Mimun, precisa: “Non si è trattato di dichiarazioni – precisa il giornalista riferendosi a quanto affermato dal ministro sul caso Biagi – ma di battute assolutamente ‘off records’ raccolte dai due colleghi. Alla Capitaneria di porto di Limassol ho realizzato l’intervista al ministro Scajola per il Tg1 e per altre testate Rai, andata in onda la sera. Terminata l’intervista, mi sono appartato con l’operatore per discutere di questioni tecniche. Ho visto i due colleghi, che avevano assistito alla mia intervista, seguire il ministro all’interno della Capitaneria. Sono entrato anche io per salutare il ministro. Non ho assolutamente sentito le frasi in questione. Poi sono andato da Limassol a Nicosia per montare e quindi riversare il servizio. Il ministro Scajola – aggiunge Scaccia facendo una ricostruzione di quanto accaduto – è partito lo stesso pomeriggio per l’Italia. Io, come gli altri colleghi, sono ripartito al mattino successivo e sono arrivato a casa intorno alle 13, quindi fuori tempo massimo per il telegiornale. A Roma ho saputo del caso suscitato da quelle dichiarazioni ufficiose”.

La polemica, insomma, si spegne, con l’ammissione del giornalista del Tg1: solo “per vanità” nel suo intervento su clarence.com aveva riportate virgolettate affermazioni del ministro dell’Interno delle quali non era stato testimone diretto. RaiNews24

Una serata da vip

agosto 2002

E va bene, parliamone. La foto del backstage con Pippo Baudo svela un mio piccolo segreto, una scommessa e un gioco che ho deciso di accettare. Per una sera ho smesso volontariamente i panni del cronista serio (?), dell’inviato dell’emergenza per affacciarmi al mondo piu’ leggero dello spettacolo. Ho presentato da Senigallia, nelle Marche, per Raiuno “Il Nettuno d’argento”. Un’esperienza tutto sommato divertente. E utile, per uno come me che comunque lavora in televisione. La prima degenerazione l’ho scoperta nei giorni scorsi quando i settimanali piu’ importanti del gossip hanno pubblicato foto dell’evento con una serie inimmaginabile di inesattezze frutto della superficialita’. La piu’ clamorosa: una mia foto con la bellissima Tania Zamparo, ex miss Italia, definita nella didascalia mia moglie. Quando al massimo puo’ essere mia figlia (ma non e’ mia figlia….). E poi, soprattutto, la mattina dopo la trasmissione: l’incubo dell’Auditel. “Abbiamo fatto il 12,71. Non male, se consideri l’ora tarda. E poi non ha funzionato il traino. Il film Amarsi ha fatto appena il 19“. Ragionamento tecnicamente corretto ma che rivela due aberrazioni. La prima e’ che il nostro programma era ben fatto, elegante, ricco di ospiti e dunque il bilancio e’ comunque positivo, al di la’ degli ascolti. L’altra riflessione amara (non lo dico per invidia ma con oggettivita’ di telespettatore) e’ che la serata e’ stata vinta dalla replica di “La sai l’ultima?”. Brutto segno per la qualita’ della Tv, e non solo. A questo punto, dopo tante esperienze in giro per i mali del mondo, mi resta comunque il ricordo di una parentesi divertente. Gli scambi con quel superprofessionista di Baudo, gli occhi assassini della Zamparo, le trasparenze di Matilde Brandi, la dolcezza di Paola e Chiara e poi l’allegria di Cecilia Gale e Rocky Roberts, la simpatia di Franco Nero, Tonino Carino e Rosanna Vaudetti, la magia di Vittorio Storaro, Donatella Girombelli, Enzo Cucchi….e altro. Adesso vi svelo una paura: che mi abbia visto qualche amico della tribu’. Perche’ temo, in coscienza, di aver perso un pizzico di credibilita’. Nella speranza di non aver perso neppure una tacca della vostra fiducia, vi propongo qui di seguito il commento di una delle piu’ care amiche della stessa trinu’. Non per incensarmi, ma mi serve, per sopravvivere. Mi auguro che fondamentalmente sia il giudizio generale Dimenticavo. Ho imparato anche un piccolo segreto. Per non fare la figura, a un metro e ottanta, del tappetto, bisogna sapersi scegliere la partner. Tania e’ troppo alta. Robert De Niro non l’avrebbe mai accettata.

ho appena finito di vedere la trasmissione… complimenti, davvero. C’era un bel clima, i tempi giusti, pippo sempre in mezzo (e va be’) e poi sei simpatico (E’ VERO!) e molto sicuro. Te lo dice una figlia del tubo catodico, che ha avuto la tv come baby sitter… Lo sanno tutti che sei un inviato serissimo, ma è bello anche farsi conoscere un po’ al di fuori dei soliti schemi, fai un favore a tutta la tua categoria. Magari la prossima volta vedendoti in un servizio serio la gente è più invogliata ad ascoltare e a capire.  Laura Bogliolo

Confesso che quando il regista tentava di farmi fare qualcosa di particolarmente leggero, d’istinto ribattevo: “Non voglio diventare Cucuzza”. Lo confermo in via ufficiale. E’ un impegno, innanzitutto con me stesso: il mio mestiere e’ un altro.

Il sogno di una sera